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Strage di San Bernardino: Apple non vuole forzare l’iPhone del killer

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Negli ultimi giorni sta facendo molto discutere la notizia riguardante la strage di San Bernardino, e la decisione di Apple di non collaborare con l’FBI per sbloccare l’iPhone 5C di Syed Rizwan Farook, uno dei due attentatori. Torna quindi l’annosa questione “privacy” o “sicurezza”?

Il giudice federale Sheri Pym ha stabilito che Apple deve aiutare l’FBI a sbloccare l’iPhone del killer, attualmente protetto da un codice di sicurezza, in modo da decifrare i dati memorizzati sullo stesso. Secondo l’FBI il dispositivo conterrebbe importanti informazioni utili ad indagare su quanto di terribile è accaduto il 2 dicembre 2015.

Il giudice federale ha inoltre spiegato quali potrebbero essere i metodi che permetterebbero ad Apple di attivare l’accesso ai dati memorizzati sul telefono e sull’account iCloud dell’assassino. Alcune soluzioni sarebbero la disabilitazione dell’auto-cancellazione in remoto dei dati e di conseguenza la possibilità per l’FBI di tentare un numero illimitato di codici di accesso per sbloccare lo smartphone.

Il direttore dell’FBI James Comey ha dichiarato che per loro è impossibile riuscire ad accedere ai dati memorizzati sull’iPhone di uno degli attentatori, e per questo motivo è necessario l’intervento di Apple:

“Abbiamo trovato uno dei telefoni degli assassini, ma non siamo stati in grado di decifrare i dati memorizzati su questo iPhone 5C. Non voglio una backdoor, voglio che le persone rispettino gli ordini del tribunale”.

Anche il procuratore degli Stati Uniti a Los Angeles è della stessa opinione del direttore dell’FBI, e chiede che l’azienda di Cupertino fornisca l’assistenza tecnica necessaria per recuperare i dati utili alle indagini degli inquirenti:

“Solo ed esclusivamente Apple ha i mezzi tecnici per assistere il governo a completare le indagini, ma l’azienda si è rifiutata volontariamente di fornire questa assistenza. Apple ha tempo fino al 26 febbraio per rispondere ufficialmente, ma una risposta negativa sarebbe qualcosa di irragionevolmente grave”.

Nonostante tutte queste ipotesi Apple sostiene fermamente di non essere in grado di accedere a questi dati. Anche per i tecnici della mela morsicata sarebbe impossibile accedere ai dati memorizzati su un iPhone bloccato con codice di accesso, a meno che sul dispositivo non sia installata una versione precedente ad iOS 8.

L’unico modo per permettere l’accesso all’iPhone del terrorista sarebbe quello di creare una versione modificata di iOS che contenga una backdoor. Apple però è profondamente contraria a questa opzione poiché creerebbe un “precedente pericoloso”, dato che questa soluzione potrebbe essere impiegata in futuro in altri casi o addirittura finire nelle mani sbagliate di hacker informatici che metterebbero a rischio la privacy di milioni di utenti in tutto il mondo.

Sono molte le aziende e le personalità della Silicon Valley che si sono schierate a favore di Apple tra cui il CEO di Google Sundar Pichai, il CEO di WhatsApp Jan Koum, il CEO di Facebook Mark Zuckerberg e il CEO di Twitter Jack Dorsey. Nel caso in cui Apple non rispetti l’ordinanza del giudice c’è il rischio che il caso finisca davanti alla corte suprema degli Stati Uniti.

Nelle ultime ore c’è stato un ulteriore sviluppo, Apple ha scoperto che la password dell’Apple ID collegata all’iPhone è stata modificata dall’FBI poche ore dopo il sequestro del dispositivo da parte delle autorità. Ciò ha di fatto reso impossibile recuperare i backup da iCloud senza la necessità di creare una backdoor su iOS, questo grave errore da parte dell’FBI potrebbe quindi rimescolare le carte in tavola in favore di Apple.

Poche ore dopo la richiesta del procuratore Apple ha pubblicato una lettera aperta firmata dal CEO Tim Cook, in risposta all’FBI e allo stesso procuratore, consultabile tramite lo spoiler qui sotto riportato:

Spoiler

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